| -INCUBO- | ||
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Il soffitto mi guarda, ha gli occhi fissi su di me. Mi tiro su dal letto e vado in bagno, chiudo la porta, inutile gesto: sono solo e nessuno può violare la mia intimità. Il cupo riverbero del ceramico ambiente mi spaventa, mentre lo scroscio dell'acqua assume colori sonori da incubo. Percepisco qualcosa e mi volto immediatamente: la porta del bagno mi osserva sardonica, afferro l'accappatoio e tento di coprirla. Rinuncio. Decido di farmi la barba, ma il volto di quel signore che vedo nello specchio non è il mio. Lascio perdere. Esco dal bagno e guardo fuori dalla finestra, osservo gli alberi assetati e stanchi, mi gridano contro: "Ci stai uccidendo!" Con le dita mi turo le orecchie, ma la voce è dentro me. Mi appoggio al davanzale, improvvisamente vi sprofondo dentro, sempre più giù. Fino alle spalle. Impazzito di dolore riesco a tirare fuori le braccia: non ho più le mani. Mi osservo i cauterizzati moncherini rimastimi. Utili quanto prima. Vado in cucina. Le mosche hanno radunato il "Gran Giurì", stanno processandomi. Odo distintamente l'arringa del moscone accusatore: "... Ci toglie il cibo! ... Ci defrauda dal nostro diritto alla vita! ... Ci impone i suoi ossessionanti cicli circadiani!" I moscerini della frutta, consci della loro genetica utilità, compiono cromosomiche danze d'assenso, mentre la mosca cavallina che mi giudicherà ronza la sua approvazione. Terrorizzato, fuggo dalla stanza rifugiandomi nel mio studio. Il silenzio mi accoglie. Sofferente crollo sulla sedia. le mie redivive mani emergono dai braccioli e, implacabili manette organiche, mi immobilizzano le braccia ormai monche, bloccandole sugli appoggi. Mi divincolo furiosamente, ma poi vengo investito da un suono crescente: sembra l'urlare di tutte le armonie esistenti che si miscelino in una assurda cacofonia. Vorrei tapparmi le orecchie, ma non posso. Quando la disarmonia diventa insopportabile i timpani mi esplodono in un sanguinolento orgasmo sonico. Ancora cosciente, intravedo allibito decine di cavi elettrici, a me sempre asserviti, avvicinarsi minacciosamente per stringere in un mortale e misericordioso abbraccio la mia gola gemente. Subito mi sveglio, supino sul mio letto, e mi accorgo che: Il soffitto mi guarda, ha gli occhi fissi su di me....
FINE
Paolo Piana
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